Ho aperto quel tubetto di crema per le bruciature, e in un nanosecondo, quell’odore particolare a tratti dolce e pungente mi ha riportato indietro nel tempo, lo sento familiare.

Gli eventi traumatici hanno proprio questa particolarità, ti riportano all’evento fatto di immagini, flash, odori e parole. Rimangono incollati alla cicatrice se non vengono liberati.

Questa è la storia delle mie cicatrici, le prime due, avute a 10 anni.

Mi buttai letteralmente a 4 zampe, con ingenuità, inconsapevolmente e con la fiducia incondizionata di bambina. Pensavo che sarebbe andato tutto bene e che sicuramente quella montagna bianca sarebbe stata soffice e fredda.

E invece … era un cumulo di cenere appena sfornata da una pizzeria molto vicina al retro del garage in cui mi nascosi mentre giocavo a nascondino con alcuni bimbi del palazzo in cui vivevo, in una caldissima estate milanese del 1979.

Le mie mani e le mie ginocchia sono entrate in quel vortice infuocato di calore e dolore, ho gridato disperatamente e ho corso alla velocità della luce sulle scale per rientrare nel cortile che dava accesso al palazzo.

Mia madre, infermiera di professione non era ancora tornata dal lavoro, e mio fratello Claudio, all’epoca adolescente, mi assistette come meglio poteva fare. Mi rassicurò e mise sulle parti doloranti dell’acqua e successivamente dell’alcol per disinfettarmi.

Era estate e faceva caldo, uno di quei pomeriggi afosi milanesi alla fine degli anni ’70, ma riesco ancora a sentire e ricordare il mio respiro all’unisono con le ginocchia e le mani pulsanti di dolore e la fatica ad addormentarmi della prima notte.

Ho annusato quella crema della salvezza per molti giorni, le garze sterili bianche avvolgevano dolcemente mani e ginocchia.

Solo nel 2013 dopo molti anni dall’accaduto ho potuto perdonarmi per essermi gettata sopra le ceneri senza verificare dove avrei appoggiato il mio corpo. Solo nel 2013 ho perdonato mio fratello, dopo molti anni dalla sua morte, quindi è stato ancora più difficile. E infine i miei genitori per non aver denunciato i proprietari della pizzeria, ma c’era una ragione precisa, e proprio in ultimo ho perdonato la scelleratezza di quei proprietari inconsapevoli e soprattutto disonesti.

Ho potuto fare tutto questo grazie al lavoro di David Kanner ideatore dell’Armonizzazione globale delle cicatrici, che ho frequentato nel 2011 e nel 2013, per poi organizzare con lui vari seminari in Toscana e aver diffuso il suo metodo qui in Italia.

Quelle due cicatrici le avevo date per scontate, archiviate, rimosse. Hanno fatto parte di me per molti anni, e non sapevo che nel tessuto delle bruciature, c’erano informazioni e soprattutto messaggi per me importanti.

Fare attenzione, verificare prima di buttarmi in un’impresa, ascoltare il mio intuito, quella vocina flebile che diceva altro rispetto a ciò che ho fatto.

Ogni piccola o grande cicatrice ci parla di noi, credo che arrivi in qualche modo nella nostra vita per darci un messaggio, che è diverso per ogni persona. E intorno a quella piccola o grande cicatrice c’è lo scenario che fa da contorno e ci parla delle relazioni tra noi e il contesto in cui viviamo. L’armonizzazione aiuta fondamentalmente a perdonare, a ringraziare, a chiudere il cerchio: dall’evento si passa alla ferita, si arriva alla cicatrice, che continua con la crescita e l’evoluzione.

Nel 2018 ho scritto un libro di poesie: Cicatrici 101 poesie non convenzionali di crescita personale che sono state anche pubblicate al posto delle illustrazioni sulla rivista n. 105 D&D, descritte nell’editoriale da Verena Schmid

Abbiamo deciso di non mettere illustrazioni in questo giornale. Niente spettacolo degli abusi. Abbiamo optato invece per mettere in rilievo le parole delle donne e le poesie di guarigione di Anna Maria Ricci, che ringraziamo sentitamente.

(Il racconto che ho pubblicato non è presente nel libro).

Anna Maria Ricci – Le Poesie di ADA – Testo scritto il 28 novembre 2020 – Editing 26 dicembre 2021

Foto di Tara Winstead da Pexels

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